26 anni dalla strage di via D’Amelio, ma ancora poca luce sull’agenda rossa del giudice Borsellino

Lo scorso 19 luglio è ricorso l’ennesimo anniversario della strage di Via Mariano D’Amelio: ventisei anni addietro venivano barbaramente uccisi il magistrato antimafia Paolo Borsellino e i cinque uomini della sua scorta i cui nomi vanno doverosamente ricordati (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina). Se sono ormai noti mandanti ed esecutori (anche se eventuali mandanti o collaboratori degli stessi appartenenti ai servizi segreti deviati non sono mai stati veramente identificati), è ancora avvolto nel mistero l’irrisolto caso dell’agenda rossa che il giudice era solito portare con se e in cui appuntava i minimi particolari degli elementi inerenti i casi da lui seguiti, su tutti in quel periodo la strage di Capaci costata la vita al suo amico e collega per eccellenza, Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Eppure al di là delle aspettative questo caso non è singolare e neppure se dovessimo restringere il campo a tale ambientazione; cosa analoga è infatti avvenuta con gli appunti di Falcone spariti dal suo computer al Ministero di Grazia e Giustizia e da quello personale, per l’agenda di Ninni Cassarà e con la borsa Gen. C.A. Dalla Chiesa.

Che fine ha fatto quell’agenda rossa? Se per anni tutto è stato avvolto da un alone di mistero qualcosa sembrò cambiare nel 2004 quando il giornalista Lorenzo Baldo riceve una chiamata in cui l’interlocutore enuncia testuali parole «Esiste una foto dove si vede un ufficiale dei carabinieri che si allontana da via d’Amelio pochi minuti dopo lo scoppio della bomba reggendo la borsa di Paolo Borsellino».  «E chi sarebbe questo carabiniere?». «Giovanni Arcangioli, nel ’92 aveva il grado di capitano» «La foto è custodita dal fotografo palermitano Franco Lannino».

Tra i primi ad arrivare con la sua scorta sul luogo della strage fu l’ex magistrato e parlamentare Giuseppe Ayala. Questi modificò più volte versione soprattutto in seguito allo scoop scaturito dalla foto. Arcangioli in un primo momento disse di aver portato la borsa al dr. Ayala o al dr. Teresi (magistrato presente sul luogo), su richiesta di uno dei due per cercare la fatidica agenda. Trovata la borsa andò dagli stessi e una volta aperta si verificò l’assenza dell’agenda per cui incaricò un suo sottoposto di porre l’agenda sull’auto di uno dei magistrati. Tuttavia nove mesi dopo Arcangioli ci ripensa anche se ritratterà quando i PM gli presenteranno la sua prima versione “contradditoria” alla seconda. Altrettanto fece il dr. Ayala: nel ’98 (processo Borsellino TER) ammise di aver controllato con un ufficiale dei CC o con un funzionario di polizia (non ricorda se in divisa o meno) la presenza della borsa e quando questi stava per consegnarla ad Ayala egli rifiutò non essendo all’epoca più magistrato. Ayala ci ripenserà dopo il 2004 (anno in cui si scoprì l’esistenza della foto): ammetterà di aver preso lui la borsa per consegnarla all’ufficiale per poi in una terza versione ammettere che chi ha prelevato la borsa era un uomo delle forze dell’ordine non in divisa (non l’estrasse più lui, come aveva ammesso nella sua seconda versione).

Eppure è strano che un magistrato dei suoi livelli cambi più volte e radicalmente versione su fatti così rilevanti e decisivi. Diversa versione fornirà invece l’agente Rosario Farinella, allora uomo di scorta di Ayala che disse che su richiesta di Ayala egli estrasse la borsa con l’ausilio di un pompiere. Ayala rifiutò di prenderla e dopo pochi minuti gli indicò un ufficiale/funzionario in borghese a cui la borsa venne consegnata.

Ma ad aggiungere un alone di mistero è la testimonianza di un poliziotto presente sul luogo negli attimi successivi alla strage: ha affermato la presenza di un uomo in giacca e cravatta che chiedeva della borsa. Alla richiesta di identificarsi da parte dell’agente questi avrebbe risposto: “Sono un appartenente ai Servizi di Sicurezza”.

È appurato che c’erano uomini dei servizi segreti quel giorno in via D’Amelio. Questo elemento fece parlare l’avv. Fabio Repici di “segreto” e non “mistero” di Stato. A prelevare la borsa, ammette l’avv. Repici, furono “uomini di Stato” (servizi segreti deviati).

Questo elemento sarebbe un’aggravante unica dei legami tra Stato e nello specifico uomini degli apparati d’Intelligence e Cosa Nostra, tanto da far parlare di una vera trattativa testimoniata da numerosi elementi e prove.

L’agenda rossa del Dr. Borsellino sparì perché era scomoda e pericolosa: avrebbe messo in luce forse quegli stessi apparati dal momento che in questo periodo il magistrato antimafia stava indagando sui rapporti tra Mafia e uomini delle forze di polizia così detti “punciuti” (termine utilizzato dallo stesso Borsellino per indicare il Gen. dei CC Subranni).

 Il valore del lavoro e del sacrificio del dott. Paolo Borsellino è ormai fondamento della società onesta che visse la Sicilia (e l’Italia) dell’epoca sperando e auspicando in una rivoluzione e le ultime indagini in tal senso stanno facendo luce anche sulle possibili alternative inerenti la fatidica agenda rossa.

-Marco Di Giovanni

Pubblicato da

Marco Di Giovanni

Presidente dell’associazione Giovani Parlamentari

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